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45 - Quota rischio

Il gran numero di messaggi nella chat “Agite iscritti” - lodevole iniziativa di Marina Toschi per un costante e rapido scambio culturale ed esperienziale - riguardo ai problemi di coagulazione legati al coronavirus e all’uso dei relativi vaccini in situazioni particolari come la gravidanza e la contraccezione testimonia bene l’effetto dirompente che il coronavirus ha avuto, oltre alla tragica grande letalità, sulle nostre ahimè labili certezze di un’inesistente infallibilità medica. 

La pandemia ci ha colti impreparati e, quel che è peggio, male organizzati a combattere contro un nemico sconosciuto, tanto pericoloso quanto subdolo. E le risposte che ci sono state date, e continuiamo ad avere, da chi dovrebbe saperne più di noi, al di là della scarsa serietà dei litigi televisivi, sono state e sono tuttora frammentarie ed insoddisfacenti, pur nella comprensibile condizione di scarsa o addirittura assente conoscenza delle caratteristiche eziopatogenetiche del virus. 

E se finora la confusione ha riguardato le precauzioni da prendere onde evitare di contrarre o di trasmettere il contagio (unica misura davvero efficace l’effetto barriera, con il rispetto del distanziamento e l’uso opportuno della mascherina!) ora si sono aggiunti i tanti punti interrogativi dei vaccini (tutti uguali? quanto e per chi più efficaci? che tipo di immunità garantiscono e quanto duratura? ecc.) che complicano un quadro già prima non tanto semplice, con la necessità di fornire risposte adeguate ad un’utenza di per sé preoccupata. 

Confusione che ha portato a riproporre da molte parti, ad iniziare dal Presidente della Federazione degli Ordini dei Medici, la richiesta di uno scudo legale per i possibili danni vaccinali. Riproporre in quanto già all’inizio della pandemia, quando i morti cominciavano ad essere tanti, era stata chiesta una copertura a garanzia contro eventuali richieste risarcitorie da parte dei congiunti che imputavano ai medici di non aver fatto tutto il possibile per salvare chi malgrado tutto soccombeva.

Che si ottenga o no, dato che non tutti paiono favorevoli, va ricordato che una quota di rischio purtroppo c’è sempre nella nostra professione. Ecco che allora torna prepotente quella frase che qualche anno fa pronunciai in uno dei nostri convegni, quando la collega organizzatrice mi invitò a supplire un moderatore assente di una sessione in cui si dissertava sulla responsabilità medico legale e cose connesse: “Per fare il medico servono passione e coraggio”. Unite a scienza e coscienza dovrebbero garantirci da brutte sorprese.  

24 marzo 2021