38 - Orticelli e malvagità

Chi ha vissuto l’esperienza universitaria prima e ospedaliera dopo sa bene lo stress di ogni giorno, quando, oltre all’impegno clinico, vi era la necessità di tenere alta l’attenzione perché chi lavorava accanto a te, camuffato da amico, faceva di tutto per sopravanzarti e sopraffarti. Così, oltre ad imparare a tenere il bisturi in mano, dovevi essere bravo a parare i colpi che giungevano, prevedibili sì ma improvvisi. Come immagine che più si addice ho sempre pensato a chi è costretto a stare con gli avanbracci piegati a squadra pronto ad assestare al momento giusto gomitate ben ponderate.

Per non parlare delle tensioni che accompagnavano tutto il percorso lavorativo, dal difficile ingresso, con la politicizzazione delle assunzioni, al miraggio, poi svanito, di diventare aiuti sul serio, alla manfrina della parificazione fasulla tra aiuti e assistenti, per finire con l’assurdo conferimento degli incarichi di primo livello (i cosiddetti moduli) quasi mai corrispondenti al vero. Il primariato? Un irraggiungibile miraggio e nulla più. Una fregatura ancora maggiore per chi aveva a suo tempo guadagnato l’idoneità, ahimè, col solito temino all’italiana, che comunque titolo era, poi però divenuto carta straccia. 

I più anziani ricorderanno un film anni settanta “Bisturi, la mafia bianca” in cui, pur di fare i propri interessi, si arrivava a mettere a rischio la vita dei pazienti. Altro che il tanto decantato ma poco rispettato Giuramento di Ippocrate! Ma siamo proprio sicuri che, malgrado ce ne sciacquiamo spesso la bocca, qualcuno lo rispetti davvero? In tutte le plurime sfaccettature. Sempre dal cinema, un altro esempio datato di cattivi comportamenti e malaffare sanitario è il Dottor Guido Tersilli, l’ultra famoso Medico della mutua, molto ben caratterizzato dall’ineffabile Alberto Sordi. 

Sono passati gli anni, cambiati i sistemi assistenziali, ma gli scenari sono sempre uguali, con gli attori veri (i medici) impegnati più a tramare che a curare. E non è che la situazione sia diversa sul territorio, dove si immagina una maggior rilassatezza. Qui invece, col favore dei compartimenti stagni, per cui non si sa quel che accade a poca distanza, ognuno si sente autorizzato a fare come gli aggrada, né c’è quella auspicabile solidarietà di categoria, indispensabile per vincere guerre eterne, come quella contro gli psicologi, sempre pronti ad rimarcare una superiorità inesistente. 

Ecco perché mi viene da sorridere (amaramente) quando ancor oggi sento parlare di organizzazione consultoriale, gruppi di studio, idee, progetti, ecc. Forse perché sono abbastanza vecchio per ricordare ancora i congressi nazionali tematici degli anni Novanta e quelli più specificamente operativi, come il Convegno di Roma del 2007, in verità molto deludente. Si dirà: sono passati tanti anni! Io aggiungo: invano! Almeno fossero serviti a qualcosa. Cosa siamo riusciti a cambiare? Proprio niente! Ognuno ha pensato solo al suo orticello, ahimè piuttosto rinsecchito. E allora? 

15 maggio 2020