36 - Alla guerra, disarmati

Il numero dei colleghi immolati al coronavirus sta diventando notevole. A mia memoria un qualcosa del genere non c’è mai stato. Inevitabile, per un nemico così subdolo. O forse no? Se solo pensiamo che nella quasi totalità dei casi ciò è dovuto alla mancata protezione. Certo il virus non lo vedi, eppure se avessi tutto il necessario per evitarlo…

Ma come sarebbe potuto essere diverso se negli ultimi dieci anni il Sistema Sanitario Nazionale è stato defraudato di ben 37 miliardi di euro (dati GIMBE)? Taglia personale, chiudi reparti, ecco quel che resta: una sanità stracciona dove, ormai da tanto tempo, l’imperativo è uno ed uno solo: arrangiarsi. Come si può e finché si può. Ma quando arriva lo tsunami?

E qui non sto a parlare dei letti di rianimazione o dei respiratori automatici, bensì dell’abc per il lavoro di ogni giorno, cioè i guanti e le mascherine ad esempio. Ricordo, come fosse ieri, tutte le volte che negli ambulatori ero costretto a far ricorso alla mia riserva personale, proveniente dalla (interessata) generosità farmaceutica, al “manca questo, manca quello”.

Va aggiunta tutta quella che è l’improntitudine con cui da sempre è gestita la programmazione. Ora stiamo piangendo gli ospedali chiusi mentre qualcuno ne invoca di nuovi, per la logica perversa degli appalti, però a nessuno è venuta l’idea di allestire per l’emergenza ospedali da campo, onde circoscrivere la contagiosità e preservare tutti gli altri servizi.

Per quanto riguarda gli organici, invece, siamo passati dalla pletora medica degli anni ottanta alla grave penuria dell’oggi, dove si giunge ad abolire l’esame di stato (in realtà un inutile retaggio del passato) pur di avere forze fresche da mandare allo sbaraglio, data l’insipienza dell’attuale università a dare una buona professionalità malgrado l’erroneo numero chiuso. 

Tutti abbiamo letto più di un’intervista di neolaureati che si definiscono “medici a metà”, non so se più ingenuamente o colpevolmente, perché non preparati a sufficienza ma soprattutto mancanti della formazione specialistica, tirando così in ballo il grosso problema della carenza di borse di studio, uno dei motivi (ma non il solo!) ad esempio dell’esiguità di anestesisti rianimatori. 

Mi chiedo: come abbiamo fatto noi, oltre quarant’anni fa, quando, subito dopo la dannata abilitazione, si iniziava con le guardie a gettone, in piccoli ospedali sperduti, con un manualetto nella borsa (andava di moda il Roversi, qualcuno lo ricorda?) e senza tutte le opportunità diagnostiche di oggi? Eppure ce l’abbiamo fatta, non siamo solo sopravvissuti! 

30 marzo 2020