27 - Tutto va bene?

La tragica fine, poco prima di Natale, della neomamma buttatasi nel Tevere con le due figliolette di pochi mesi, poi non più ritrovate, dovrebbe indurre ad una seria riflessione tutti i ginecologi in una qualche maniera coinvolti nella procreazione assistita. 

In questo caso non si tratta solo del pur grave fenomeno della depressione postparto, cioè il disagio, legato di solito a cause ambientali, che rende difficile per la donna adeguarsi alla nuova situazione, quanto piuttosto del notevole stress psichico connesso alla spasmodica ricerca di una gravidanza.

L’aver spostato sempre più avanti l’epoca in cui fare figli ha comportato un vertiginoso aumento dei rischi collegati alle difficoltà riproduttive, caratterizzate molto spesso da numerosi tentativi infruttuosi, per pratiche che presentano tuttora non esaltanti percentuali di successo, malgrado l’enfasi con cui sono stati ricordati i quarant’anni dell’esperienza italiana.

A complicare il quadro occorre aggiungere, nei casi per così dire più fortunati, i non pochi ostacoli di percorso per la gravidanza, e in particolare l’alta frequenza di parti prematuri, con lunghe cure ospedaliere postnatali, che possono concludersi con reliquati permanenti fortemente invalidanti e che comportano costi ingravescenti per l’intera collettività.

Per tutto ciò è doveroso chiedersi se sia corretto il messaggio quasi di onnipotenza trasmesso che porta le donne a ribellarsi a quella che viene definita la “dittatura dell’età”, a favore della libertà di procreare quando si vuole, talvolta ben oltre i limiti fisiologici dell’età fertile, con tutto ciò che ne consegue, a cui per superficialità non si pensa e di cui tanto più grave nemmeno si informa.

Passi il ricorso alla fecondazione artificiale per quel che era stata pensata all’origine, e cioè essere un aiuto alle coppie sterili che desiderano una gravidanza che naturalmente non arriva, ma sarebbe opportuno evitare di adoperarla per tutta una serie di desideri e di scelte fuori dalla logica prima ancora che dall’etica. 

E’ degli stessi giorni la notizia di una donna di 62 anni che, sempre a Roma, ha partorito, per fortuna bene, un figlio frutto di un impianto di embrione effettuato all’estero. Così si perpetua quel disordine procreativo che la nostra legislazione non è mai riuscita a regolare e che continua a rimpinguare il turismo riproduttivo.

Ma fin dove può arrivare e fin dove è lecito il desiderio di maternità (ed anche di paternità, se si pensa all’utero in affitto da parte di omosessuali)? La risposta migliore può venire da quelle donne, alcune anche illustri, che hanno liberamente deciso di non concepire o da tutte le altre che serenamente accettano di non poterne avere.

14 gennaio 2019