2 - Consigli a luci rosse 2

Sempre a proposito di consigli a luci rosse, credo che sia capitato un po’ a tutti di trovarsi davanti a infezioni vulvo-vaginali apparentemente irrisolvibili. Ci arrovelliamo a cercare, una dopo l’altra, le cure più nuove e sofisticate, ma… tutto si dimostra inutile. Facciamo a quel punto un bell’esame di coscienza e chiediamoci, avendo l’onestà di dare almeno a noi stessi una risposta schietta e sincera: ma abbiamo perso (in realtà è guadagnato!) un po’ del nostro tempo prezioso per qualche buon consiglio, sulle spesso dimenticate norme igieniche, quelle sacrosante “buone abitudini”, il cui mancato rispetto è nella maggior parte dei casi alla base dei disturbi?

Andiamo, comunque, con ordine. Un collega amico suole ripetere “una buona anamnesi è già una mezza diagnosi”. Come dargli torto? Ma ricordiamo ancora come si fa una buona anamnesi o lo abbiamo dimenticato, come le tante altre cose che, per la fretta che contraddistingue la nostra epoca, abbiamo pensato bene di archiviare? O anche in questo caso ci facciamo condizionare dall’opportunità di porre domande che potrebbero essere imbarazzanti? Dobbiamo chiedere alla donna non solo se rispetta le buone regole dell’igiene intima (preferire i detergenti liquidi, da usare in modica quantità e sempre diluiti, allontanandoli con un buon risciacquo finale) ma anche come avviene il rapporto sessuale, se viene evitato il contatto del pene con la zona anale e se ricorda di svuotare la vescica sia prima che dopo il rapporto. 

Aspetto questo fondamentale. Perché in caso di contaminazione batterica del meato urinario dopo pochissimo tempo avrà i sintomi della cistite, dato che i microrganismi viaggiano spediti lungo la corta uretra e colonizzano in breve tempo la vescica. A quel punto, sebbene la paziente vuole eliminare al più presto il fastidio ed è abituata ad essere in questo accontentata con la prescrizione delle inflazionate “due bustine blu”, non bisogna temere, rischiando l’impopolarità e qualche maledizione, di consigliare di bere parecchia acqua, molta più del solito, e fare al più presto anche un semplice esame urine. O meglio, nei casi recidivanti, un’urinocoltura con antibiogramma, così da scegliere l’antibiotico più efficace, a partire dal più leggero tra quelli a cui risulta sensibile. 

Ma indubbiamente sarà una vulvo-vaginite, contemporanea o non, a dare molto più fastidio alla paziente e di riflesso al ginecologo che non riesce a curarla. Anche in questo caso può essere necessaria qualche domanda imbarazzante, del tipo: se cura l’igiene intima prima del rapporto e se altrettanto è uso fare il partner. Al di là dell’efficacia dei trattamenti che possiamo proporre (la scelta è ampia, ma anche in questo caso ci vuole il giusto raziocinio, per evitare di dare un farmaco e il suo esatto contrario, come spesso capita di notare in certe assurde prescrizioni), delle altre norme igieniche, specifiche per le frequenti micosi (come l’uso di biancheria intima di cotone bianco da lavare ad alta temperatura) dovremo avere l’accortezza di osservare, prima ancora dell’anamnesi, quale sia il vestiario abituale di chi ci sta davanti. Indumenti troppo aderenti e tessuti che impediscono la traspirazione, costituendo il cosiddetto “bendaggio occlusivo vulvare” (il sovrapporsi a strati sulla povera vulva di salvaslip, biancheria sintetica, collant sintetici, tessuto pesante dei jeans) che produce un ambiente caldo-umido tale da inficiare qualsiasi terapia. 

Sempre per questo motivo, tanto per restare nel tema, occorre dare l’ultimo consiglio hard: almeno di notte, abolire il pigiama, riscoprire la vecchia camicia della nonna e eliminare le mutande! Credetemi, non è facile proporlo, viene accolto anche peggio, e chissà se poi viene messo in pratica. Però bisogna farlo, e, in fondo, che c’è di male? Ripensiamo al passato, alla civiltà contadina e alle nostre nonne, che vivevano senza mutande, e certamente non avevano di questi problemi! 

13 febbraio 2014