15 - C’è dolore e dolore!

Michael Stark, il ginecologo israeliano divenuto famoso per l’innovativa tecnica nel taglio cesareo, basata su un minor traumatismo dei tessuti materni, sta da tempo conducendo una convinta battaglia contro l’episiotomia e in genere per la naturalità del parto. 

Censurato dai manuali per una nascita alternativa e sconfessato dalla medicina dell’evidenza, il taglio del perineo è una prassi ancora abbastanza diffusa in Italia. Praticata nel 60-70% di tutti i parti spontanei, un po’ più al sud e un po’ meno al nord, secondo la consuetudine di una prevalenza meridionale di interventismo (vedi anche il numero dei cesarei) cui non pare però seguano risultati migliori.  

Sulla stampa femminile di tanto in tanto si riparla di “dolore nel parto”, con i soliti problemi irrisolti, soprattutto per la mancata attuazione di una diffusa analgesia in travaglio, un po’ per il problematico inserimento nei LEA (livelli essenziali di assistenza), malgrado ripetute promesse politiche, e un po’ per annosi problemi strutturali, come l’ubiquitaria carenza di anestesisti, purtroppo non disgiunta da inconfessabili interessi di categoria.

Agli inizi degli anni ottanta grande seguito ebbe la tecnica di rilassamento RAT (training autogeno respiratorio) che ben presto divenne il motivo conduttore dei corsi di preparazione alla nascita, soprattutto nei consultori familiari. In alcuni casi il risultato era eccezionale: la gravida si astraeva completamente dall’ambiente circostante e sino alla fine era in grado di dominare la sofferenza. Il suo limite, comunque previsto, stava nella scarso numero di donne che riusciva ad introitare bene la tecnica. O forse non tutti erano bravi come Piscicelli ad insegnarla… 

Oggi con la pervicace introduzione dei CAN (corsi di accompagnamento alla nascita), che mirano a far passare la donna da una condizione di passività ad una di consapevolezza delle proprie possibilità (empowerment), si vorrebbe addirittura giungere, attraverso varie proposte operative, molto diverse tra loro e talora molto fantasiose, ad evitare l’epidurale. Ma è un percorso irto di ostacoli, perché nella maggior parte dei casi non si riesce preventivamente a stabilire come la gravida si comporterà di fronte al dolore del travaglio. E quanto questo inciderà sull’espletamento fisiologico del parto senza il ricorso obbligato a tecniche chirurgiche tuttora piuttosto elevato.

Il problema dolore nel parto quindi c’era e resta. Ovviamente legato a quella che è la soglia individuale di sensibilità. E a tutte le componenti psicologiche che intervengono a modularla. Il dolore c’è: è inutile negarlo. Ma è un dolore positivo, perché conduce ad un lieto fine, diverso da quello negativo, come per esempio nel malato terminale. E’ questa la filosofia che sta alla base della riscoperta della naturalità dell’evento nelle cosiddette case da parto affidate ad ostetriche. Che non usano ossitocina né fanno episiotomie. Indubbiamente un’esperienza positiva, sempre che sia salvaguardato il benessere feto-neonatale.  

15 maggio 2014