13 - HPV: vaccinarsi o no?

L’interrogativo è riapparso prepotente sui giornali femminili, sull’onda di presunti danni neurologici post-vaccinali denunciati in Francia, sebbene reazioni collaterali importanti siano state nell’esperienza più numerosa, quella statunitense, abbastanza contenute (7,4% di casi su 57 milioni di dosi somministrate). 

Ma la domanda più inquietante è se il vaccino contro il papillomavirus, o meglio i due vaccini disponibili da qualche anno contro solo alcuni ceppi, siano davvero in grado di proteggere le donne contro il cancro, e per questo costituire la grande novità, oltre che una notevole opportunità in campo oncologico.  

Sappiamo bene che il cancro del collo uterino è il risultato finale di un’infezione molto diffusa, che fortunatamente nel novanta per cento dei casi non evolve, anzi si risolve spontaneamente. Una frase che si sente in ogni convegno dedicato dice appunto che “il cervicocarcinoma è una rara complicanza di un’infezione molto frequente”. E allora? Il cancro del collo dell’utero non può essere tranquillamente prevenuto, anzi debellato, con uno screening il più possibile capillare e costante, visti i tempi lunghi perché dall’infezione si giunga al tumore e la possibilità di riconoscere, e quindi eliminare, le alterazioni pre-cancerose? A maggior ragione con la sempre più diffusa tendenza a sostituire la ricerca del DNA virale allo storico, ma sempre valido, pap-test, che però in tal modo passerà in secondo ordine. 

I due vaccini in commercio proteggono contro due ceppi (il 16 ed il 18) dei più di cento papillomavirus presenti nell’ambiente, quelli più frequentemente associati in questa parte del mondo allo sviluppo della neoplasia, responsabili del 70-75% circa dei cancri del collo dell’utero. Verso tanti altri tipi già noti o che nel tempo potrebbero divenire anche più pericolosi restiamo ancora senza difese, motivo principale per cui la donna vaccinata deve continuare a sottoporsi allo screening. Si aggiunga che per l’efficacia nel tempo poco ancora sappiamo in quanto le vaccinazioni sono partite da un numero ancor piccolo di anni per poter stabilire la necessità di un richiamo, mentre la risposta delle giovani invitate finora non supera il settanta per cento, lontana da quella copertura totale che interromperebbe la trasmissione del virus e renderebbe anche inutile l’immunizzazione degli uomini. 

Purtroppo l’offerta gratuita non è bastata a convincere genitori recalcitranti, preoccupati soprattutto dei potenziali risvolti sulla (presunta o reale?) libertà sessuale delle adolescenti più che per la possibilità di effetti collaterali. Eppure il vaccino nella formulazione quadrivalente previene l’infezione dai ceppi (il 7 e l’11) responsabili dei condilomi, certamente molto più importante per la grande diffusione e per il fatto che altrimenti si è del tutto indifesi. Solo che in molte situazioni, quando si è proceduto all’approvvigionamento, il bivalente e il quadrivalente sono stati messi in gara alla pari, proprio perché finalizzati alla prevenzione del cancro del collo uterino, per cui il pericolo condilomi, legato ad esperienze sessuali sempre più precoci e libere, continuerà ad esserci comunque.  

2 maggio 2014