11 - Punto e a capo

Con trentadue sentenze la magistratura ha pian piano smantellato la legge 40/2004, quella sulla procreazione medicalmente assistita. Oggi siamo praticamente allo stesso punto in cui si era dieci anni fa, prima della sua dissennata approvazione. Poco dopo vi fu il tentativo di un referendum abrogativo, purtroppo finito nel nulla per il mancato raggiungimento del quorum, come da tempo quasi sempre accade in questo Paese, stanco di una politica litigiosa e inconcludente. 

I quattro punti su cui si chiedeva l’opinione popolare erano: i limiti alla libertà di ricerca sugli embrioni (e della diagnosi pre-impianto), il divieto di creare in laboratorio più di tre embrioni e l’obbligo di trasferirli con un unico impianto nell’utero, la non equivalenza dei diritti delle persone già nate con quelli dell’embrione, il divieto ad utilizzare uova o sperma di una persona esterna alla coppia (fecondazione eterologa).

Perché costringere a stress farmacologici e fisici ripetuti quelle donne che al primo tentativo non hanno successo con le tecniche? Perché impedire di indagare sulla salute del futuro essere prima che venga impiantato in utero? Perché negare ad una coppia regolare e stabile il desiderio di essere genitori, pur utilizzando gameti non propri? Perché togliere a tanti sofferenti la speranza di una possibilità seppur remota di cura con le staminali domani? Tutte domande più che legittime, soprattutto per rispetto di chi non la pensa come noi, sia dal punto di vista etico che religioso.

Ora i divieti non esistono più. Ma nel frattempo tante coppie sono state costrette a viaggi più o meno lunghi e ad esborsi talvolta davvero proibitivi per arrivare ad una gravidanza, spesso senza alcuna certezza di riuscirvi. Ciò è scandaloso se si considera la quantità e soprattutto la qualità dei nostri centri, la maggior parte dei quali ha caratteristiche notevolmente superiori a quelli meta del tristemente noto turismo procreativo.   

Eppure dopo l’ultima sentenza si è subito ricominciato a litigare. Tra buoni e cattivi, possibilisti e proibizionisti, retrogradi e progressisti. Si discute anche troppo, talvolta facendo un esagerato terrorismo ideologico che non porta a nulla. Anzi, si rischia ancora una volta di arrivare alla solita soluzione di compromesso trasversale, in nome di principi che da troppo tempo non sono più condivisi dalla maggior parte della gente.

Intanto si continua a sprecare inutilmente un sacco di denaro pubblico, oltre quello che già si è perso per legiferare la prima volta, per un referendum inutile e per tutti i vari giudizi conseguenti. Quel che è accaduto conferma la validità della battaglia ideale contro una normativa profondamente sbagliata. Ora ci si augura che prevalga la saggezza, malgrado un non peregrino timore verso le nuove disposizioni che prima o poi verranno. 

14 aprile 2014