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Chiedere o non chiedere - AGITE Lombardia Dic. 2019

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Relazione della Dottoressa Flavia Facco © - Congresso AGITE Dicembre 2019
La comunicazione medico paziente 
Chiedere o non chiedere - sessualità è una scelta personale
“E’ dunque innanzitutto perché gli uomini si sentono malati che vi è una medicina: E’ solo secondariamente-per il fatto che vi è una medicina- che gli uomini sanno in che cosa essi sono malati." 
Canguilhem Essai sur quelques problemes concernant le normal et le pathologique. 

Premessa

Prima dell’espandersi dei mezzi di comunicazioni tecnologici, telefonini, web etc, il rapporto medico paziente aveva una sua precisa fisionomia, ovvero si configurava come un rapporto asimmetrico, definito up/down. In effetti fino al XVII secolo il titolo che si acquisiva era di medicus et philosophus.
Nel counseling ostetrico ginecologico le domande portate dai soggetti interrogano il professionista non solo su questioni di sintomi, diagnosi, ma sempre su questioni antropologiche, psicologiche, antroposofiche. Cosa significa infatti parlare di sterilità, impotenza, dipendenza sessuale, frigidità, gravidanza, menopausa,  di medicina del desiderio, ovvero della medicina  estetica e della sessualità ? Tutti questi interventi hanno  a che fare con i temi della identità,  della vergogna e della esibizione. Insomma abbiamo sempre a che vedere con lo somatopsichico, ovvero con il fatto che il corpo è sempre investito di significati simbolici.
Ma soprattutto come ne parliamo nell’era cibernetica? Dove tutto è diventato veloce, dove le scansioni ritmiche sono dettate da precise letture algoritmiche ? E ancora: siamo certi che parlare di gravidanza, sterilità, frigidità ad un italiano sia la stessa cosa che parlarne ad un sudamericano/a, musulmano, pakistano?
E’ ancora possibile nell’era cibernetica, nel breve spazio di una visita, ahimè alle volte altamente proceduralizzata e temporalmente predefinita, garantire una efficace comunicazione? E quali sono le criticità del modo odierno di comunicare?
Immagino che siamo tutti d’accordo sul fatto che la comunicazione è un prodotto sociale degli individui che fanno parte di un determinato gruppo linguistico, è un veicolo di preservazione e di modifica della realtà soggettiva dell’individuo, è lo strumento fondamentale di contatto diretto tra le persone. Già in questo assunto rintracciamo la prima criticità contenuta nel concetto di gruppo linguistico. Non è solo un problema di traduzione e ben lo sanno i professionisti che lavorano avvalendosi nei Consultori delle mediatrici culturali.
Siamo anche d’accordo sul fatto che l’incontro è un evento sociale che per assolvere la sua funzione deve avvenire nel rispetto delle regole che lo governano. Ma è ancora possibile intravedere delle regole e il rispetto delle stesse nell’era in cui la maggioranza delle interazioni avvengono sui social o tramite essi? Di che natura è, che fisionomia ha oggi la relazione medico paziente? E’ ancora governata dalle stesse regole dell’era pre internet?

Facciamo una breve retrospettiva

Nell’epoca antica e per lunghi secoli il paziente non era portatore del sapere, il medico invece era colui che sa, che interpreta i sintomi , che addiviene alle diagnosi.
Questa configurazione di rapporto, questo format diremmo oggi con linguaggio più aggiornato, ha cambiato fisionomia , si è praticamente dissolto , con alcuni paradossi che arrivano al punto di consegnare nelle mani del paziente la scienza e coscienza di decidere per un certo intervento . Ciò avviene attraverso l’espressione scritta del  consenso da parte del paziente che dovrebbe attestare quanto lo stesso ha capito e il proprio benestare affinchè  venga fatto sul proprio corpo un certo intervento o per esempio in sede di colloquio il consenso riguarda la gestione dello psichico.
Mettiamo un attimo tra parentesi questa questione, navigante tra la Scilla e Caridddi del sapere e del non sapere da parte di un  paziente “informato”. Occupiamoci invece di come si sta modificando sul piano umano la relazione medico paziente in questo nuovo secolo.
Nell’ambulatorio medico il paziente oggi arriva e si siede di fronte al medico portando un bagaglio di proprie informazioni , che spesso apre come un gioviale piazzista esibendo il suo fantasmagorico campionario; eccolo li a sciorinare diagnosi e sintomi reperiti sul web e a porre interrogativi al medico sull’esame più idoneo o sulla migliore terapia.

In base all’istruzione potrebbe capitare che i termini siano anche usati in modo appropriato, le ipotesi diagnostiche possano essere anche plausibili. Lo conferma anche la pubblicità odierna di farmaci, integratori, dentifrici, che ha un linguaggio più tecnico di un tempo. Tuttavia è ovvio  e molto umano che il medico possa avvertire un senso di ostilità verso questo genere di pazienti, tutt’altro che pazienti appunto, dove il rapporto up/down è stravolto . In questa situazione lo slittamento verso un rapporto di ostilità che velocemente degenera poi in un mancato ascolto, non è improbabile. L’onnipotenza indotta dal web spesso lascia il medico amareggiato. Andare allo scontro diretto sarebbe facile ma del tutto improduttivo. E’ invece una occasione per fare cultura e dare qualche buon insegnamento. Forse potrebbe aiutare tenere in studio qualche avviso che la frequentazione del webcomporta dei rischi, suggerire quali siano i siti attendibili, rammentare  che il sapere medico è un sapere in continuo progresso e che si avvale di lunghi anni di studio. Ciò non toglie che porzioni di sapere siano transitate anche fuori dagli ambienti accademici e di cura, prima del web la tv stessa si è molto adoprata. Ciò ha avuto ed ha anche i suoi vantaggi se utilizzato nella direzione della prevenzione. E’ sicuramente più utile tener conto di quanto un paziente dice, seppur in modalità fai da te, aggirando la tensione con domande più approfondite o con contradditori che mostrino  la inadeguatezza di quanto il paziente dice, piuttosto che porsi con un braccio di ferro. Di fatto questo non è altro che il frutto dei tempi piuttosto che l’arroganza di un singolo paziente. Tuttavia perché scandalizzarsi? Nella antichità il rapporto medico paziente doveva sempre far riferimento all’aiuto che gli uomini potevano prestarsi reciprocamente anche se non avevano cognizioni di medicina. Nella mitologia Achille benda il suo amico Patroclo ferito e gli mostra come aiutare altri uomini ( op cit. Dietricht von Engelhardt).

Anche a me come psicologa è capitato che qualche giovane adolescente si sedesse ed esordisse dicendo: sono una personalità narcisistica con difese ossessive, oppure ho la bulimia, oppure soffro di doc. Immaginatevi come posso essermi sentita e quanto posso avere sgranato gli occhi a fronte del fatto che la mia formazione si è nutrita già ai suoi esordi di tutto il portato umanistico della psichiatria fenomenologica, delle battaglie di una legge che voleva riconoscere come persone i malati psichiatrici . Anni di formazione sulla capacità di ascolto e di non stigmatizzazione della persona sofferente in una asettica diagnosi psichiatrica o psicologica, sull’empatia , sulla ricerca delle potenzialità, messi in scacco da una adolescente che si compiaceva della propria diagnosi come se fosse un necessario tatuaggio da esibire.

Con chi e con quale fenomeno abbiamo dunque oggi a che fare? Con un problema di inversione del ruolo? Una inversione che collude con un desiderio di potere? Di avere la meglio su figure professionali che percepiamo come un po’ stinte, antiquate, non al passo coi tempi? Con il rovesciamento da una onnipotenza del medico alla onnipotenza del paziente? 
Permettetemi di suggerire una raccomandazione  che molti storici della medicina già proposero con diversi saggi.

La medicina è in costante rinnovamento, ma anche la storia muta, mutano le condizioni sociali, economiche, muta la cultura del tempo . Mi sembra dunque doveroso collocare nello spirito del tempo proprio la questione del rapporto medico paziente ed in particolare questo tipo di atteggiamento del paziente . Solo cosìpotremo comprenderlo ed una volta compreso, utilizzarlo se è il caso nel giusto modo, nel caso depotenziando tale onnipotenza.

Lo spirito del tempo è sempre in continuo cambiamento, guai se non fosse così, non ci sarebbe stata evoluzione. Tuttavia la evoluzione comporta anche momenti di involuzione. Qualcosa decade per lasciare posto al nuovo, ma il nuovo non è detto che sia positivo o che sia così nuovo, potrebbe essere il ritorno di qualcosa di vecchio sotto mentite spoglie.

Cerchiamo di capirci meglio: rispetto a circa 20 anni fa dobbiamo o possiamo, ma è più un dobbiamo, farci da soli la benzina, fare i bonifici, i conti c online, per la spesa forse non andiamo più alla cassa e usiamo il presto spesa, compriamo un mucchio di beni online, seguiamo dei tutorial per imparare a fare,  prenotiamo le vacanze costruendoci da soli il pacchetto, prenotiamo il teatro, il cinema, al lavoro moltissimi di noi sono usciti da anni dalle proprie competenze definite per contratto per farsi da soli da segretaria, compilatori di report statistici etc etc, insomma siamo stati costretti a imparare nuove mansioni che hanno eliminato posti di lavoro. Abbiamo acquisito nuove competenze. Credo che nessuno psicologo possa negare che ciò aumenti nelle persone, quelle che sanno stare al passo coi tempi, il senso di self efficacy. 

A mio avviso questa aumentata competenza è anche illusoria perché di contro ne stiamo perdendo molte altre, ma tant’è. Stiamo qui parlando di una attitudine mentale anche un po’ inconscia che va lentamente formandosi. 

Ed inoltre riflettiamo un attimo sulla definizione data dalla Oms sulla salute:

il pieno stato di benessere fisico, psichico e sociale. Ora non c’è forse in questa definizione il germe di una aspettativa illusoria e onnipotente?
Perché mai dunque un paziente dovrebbe sedersi davanti ad un medico, davanti ad uno psicologo, dimenticando questo climax di onnipotenza? Lasciando da parte questa aspettativa così estrema?
A ciò aggiungiamo che il rapporto che tutti noi oggi manteniamo con l’autorità si è fatto assai allentato, vuoi per fatti storico politici, vuoi per gli attuali fenomeni socioantropologici. 
Come fare dunque a riposizionarsi nel modo giusto?  Come fare a ristabilire le buone regole di un efficace rapporto medico paziente, la fiducia, la lealtà, l’empatia, la sincerità, il giusto riconoscimento della competenza?
Dobbiamo ristabilire un rapporto up/down o un rapporto paritetico, simmetrico?  E’ possibile lealtà fiducia, in un rapporto up/down? Non è forse più consono un altro tipo di rapporto? 
Per rispondere a queste domande dobbiamo analizzare la questione. 
Se dobbiamo ristabilire un clima di fiducia, alleanza, cooperazione dobbiamo far sì che vi sia una buona comunicazione.
Se siamo d’accordo che il counseling è e dovrebbe essere un dialogo tra paziente e professionista dobbiamo applicare le regole di un buon dialogo.
Vorrei in primo luogo evidenziare alcuni nodi critici che potrebbero rendere il rapporto medico paziente un rapporto dove la comunicazione fallisce o può dar luogo a fraintendimenti. Da ultimo cercherò di proporre qualche suggerimento per renderla invece efficace.

Un primo aspetto riguarda la consapevolezza che entrambi i partner della comunicazione hanno di loro stessi. Consapevolezza che forse sta venendo meno proprio a causa dell’uso dei social. In effetti ci stiamo abituando a comunicazioni dove spesso il feedback può mancare del tutto o dove il feedback è stereotipato e preformato e quindi un indicatore privo di vero significato. Infatti il nostro livello di consapevolezza del modo, del contegno con il quale siamo in una relazione, ha diversi livelli. Gli adeguamenti della condotta alle convenzioni sono per alcuna parte automatici e non consapevoli, un po’ abitudinari, altri invece sono più pensati e intenzionali. 

E’ inoltre importante avere una buona autocoscienza  dei propri sentimentied un atteggiamento prosociale, ovvero fiducia in se stessi e negli altri.

A consequenziale corollario di questa considerazione dobbiamo avere in mente un fatto molto semplice e al quale spesso non diamo  la dovuta attenzione. Il tema della conferma/disconferma. 

Nel lontano 1959 Laing sottolineava un fatto in sé molto semplice, ovvero come le interazioni umane e le azioni individuali, le stesse fasi delle interazioni, avessero in misura maggiore o minore e secondo modalità differenti sempre un carattere o confirmatorio o disconfirmatorio. I soggetti di una relazione, in base al modo in cui reagiscono, possono convalidare certi aspetti dell’altro e disconfermarne altri, oppure omettere di confermare. L’intensità, la qualità, la quantità, l’estensione, le reazioni fredde o tiepide, conferiscono appunto la conferma o la disconferma. Le modalità differiscono e sicuramente sono legate alla cultura: il sorriso, una stretta di mano, un assenso vocale. Dice Laing che “Il punto essenziale è che essa costituisce una risposta dell’altro che è rilevante nei confronti della azione che l’ha provocata, e (questo è il punto più importante) riconosce l’atto provocante e ne accetta il significato, quanto meno il significato che gli attribuisce il soggetto provocante se non quello che risponde. Una reazione confirmatoria dell’altro è una risposta diretta, quanto meno nel senso che il soggetto che la pone in essere si manifesta <sulla stessa linea> o in <sintonia> con il soggetto che ha compiuto l’azione iniziale o provocante. E ancora Laing ci aiuta ammonendo che una risposta tuttavia non deve per forza tradursi nell’essere d’accordo o nel gratificare. Anche la reiezione può avere un carattere confirmatorio. Mette invece in guardia da alcuni aspetti critici: dare risposte tangenziali e il confermare ad un livello e  sconfermare ad un altro. Non credo ci sia bisogno di portare esempi. Anche la pseudoconferma è un aspetto critico.

Il fatto più grave è quando si omette di riconoscere una persona come soggetto agente ( un esempio del passato fu la medicina di Platone con gli schiavi).

Ora se riflettiamo sul fatto che tutti vorremmo un paziente responsabile della propria salute, capiamo benissimo che ciò sarà impossibile se nelle prime interazioni lo abbiamo sconfermato come soggetto agente. E non possiamo neppure considerarlo come un soggetto passivo che deve mettere in atto senza fallo ciò che consigliamo. Una vignetta clinica riferita da Laing riportava una bella definizione data di sé da una paziente : mi sento come una  campana suonata da altri. 

Ora, mi sembra affascinante anche la considerazione che gli esseri umani sentono forte il bisogno di produrre nell’altro da sé un cambiamento, di lasciare una traccia. Non credo di essere lontana dal vero se affermo che medici e psicologi sentono forte più di altre professioni questo bisogno. La capacità di padroneggiarlo e governarlo al meglio penso sia un requisito essenziale in quanto ci fa oscillare in sicurezza tra i due estremi della onnipotenza e dell’impotenza. Se vogliamo davvero il cambiamento nei nostri pazienti dobbiamo innanzitutto considerarli soggetti attivi. Ogni rapporto implica una definizione dell’io tramite l’altro e dell’altro tramite l’io.

Infatti Laing ci mette in guardia da un fatto pericolosissimo in quanto generatore di patologie anche gravi. Tramite le proprie azioni l’altro può imporre all’io una identità non desiderata. Se il paziente non si sente confermato nella sua identità si origina un intenso sentimento di frustrazione , il quale di fatto inficerà la relazione e  impedirà di recepire le comunicazioni successive. 

L’altro aspetto cruciale da tenere in considerazione è che la maggior parte delle <identità> richiedono la presenza di un altro, nell’ambito dei rapporti con il quale    si attua l’identità dell’io. Ci addentriamo qui nel concetto di complementarietà in questo specifico caso inteso come una struttura relazionale per cui l’altro viene richiesto per compiere e completare l’io, in questo caso dentro un contesto relazionale governato dai reciproci ruoli . Non c’è medico senza paziente e viceversa. Vedasi l’esergo di C. “E’ dunque innanzitutto perché gli uomini si sentono malati che vi è una medicina: E’ solo secondariamente-per il fatto che vi è una medicina- che gli uomini sanno in che cosa essi sono malati . Canguilhem Essai sur quelques problemes concernant le normal et le pathologique. 

Ogni rapporto implica una definizione dell’io tramite l’altro e dell’altro tramite l’io.
Va inoltre ricordato che il linguaggio è azione.

L’aspettativa che la conversazione proceda senza problemi si realizza solo se gli interlocutori orientano la loro condotta l’uno verso l’altro e verso un comune obiettivo. In effetti la comunicazione non è mai un processo lineare e dobbiamo sempre considerarla come un fenomeno che procede in modo circolare. Possiamo distinguere competenza linguistica e competenza di ascolto. Fluttuazioni della attenzione e dell’interesse costituiscono elementi di criticità. 

Nella comunicazione la risposta tangenziale è una risposta che non soddisfa l’affermazione iniziale originaria, ha un effetto frustrante, non è connessa alla intenzione che si nasconde dietro l’affermazione originaria, accentua un aspetto della situazione che ha carattere incidentale (Ruesch op cit. 1958) Questo tipo di risposte creano una frattura incolmabile e un senso di confusione e disorientamento nell’altro. 

COME SUPERARE LE CRITICITA

Se siamo d’accordo che il counseling è anche un dialogo, ci aiuta riportare l’attenzione sulle considerazioni di D’amato (1996) che  ha definito il dialogo “l’arte del pensare insieme” con la quale gli interlocutori raggiungono una comprensione profonda e cercano un significato comune alle rispettive opinioni mediante la creazione di un modello mentale condiviso, l’ascolto attivo e il riesame delle proprie assunzioni.

Etimo di dialogo è dia logos attraverso la parola; il dialogo  è il modo collettivo e continuo di approfondire, far emergere e domandare il perché delle convinzioni e delle certezze che compongono la nostra esperienza quotidiana.

Il dialogo sarà quindi anche interno, ovvero l’esperto dovrà mettersi in una posizione di  “sospensione del giudizio”, facendo sì che emergano i modelli mentali individuali e le regole sociali che caratterizzano le convinzioni, facendo in modo di comprendere  e condividere  pensieri emozioni e azioni, ricercando nuovi punti di vista, in un  clima di rispetto dell’identità personale. 

Sul piano relazionale è richiesta disponibilità ad uscire dalle proprie rigidità. 

Requisiti essenziali sono: essere positivi e non reattivi, essere capaci di adattarsi all’interlocutore, al suo stile comportamentale, ai canali percettivi privilegiati, essere pronti a cogliere le cause che impediscono la comunicazione, essere consapevoli dei vincoli cognitivi ( ad esempio carenza di risorse, mancanza di competenza, i vincoli affiliativi (essere parte di un gruppo) i vincoli egocentrici ( i propri interessi personali, i propri bisogni emotivi etc.

Condizioni del dialogo:

Fondamentale è l’utilizzo del medesimo linguaggio o l’attribuzione alle parole dello stesso significato denotativo e connotativo /significato simbolico. Accade che l’utilizzo di termini in modo superficiale e scorretto faccia  si che non vi sia una concordanza sui termini, con la conseguenza che si discute su concetti diversi. È un esempio la depressione, la sterilità. 

Difficoltà del dialogo:
- abitudine ad etichettare alle volte con lo stesso termine ; facendo ciò assimiliamo e confondiamo realtà diverse tra loro , è un esempio il concetto di depressione in menopausa, si perdono così le differenze.
- percezione selettiva:  selezioniamo tra innumerevoli stimoli solo quelli che hanno una rilevanza secondo le esperienze e le conoscenze già acquisite. 
- radicamento delle convinzioni :resistiamo alle novità

Perché la comunicazione divenga efficace la relazione deve essere significativa; e perché lo sia sono necessarie condotte che veicolino messaggi di disponibilità. LO SGUARDO! Troppo spesso sottovalutato, l’aggancio visivo è tutto. La postura è essenziale , la qualità dei gesti altrettanto.

Il saluto e la presentazione. Dedicare un appuntamento al primo incontro perché lì si gioca tutto. Avvertire i nuovi pazienti dell’importanza di fissare il colloquio per il primo appuntamento conoscitivo dove potranno essere prese informazioni in una seduta meno ansiogena di quando si è in emergenza, più interlocutoria come si conviene ad un primo incontro. 

Un’altra criticità odierna nella relazione medico paziente  è la progressiva riduzione della interazione corporea. Le diagnosi spesso sono il risultato di indagini attuate con strumenti diagnostici computerizzati e sempre meno dalla visita che utilizza la pratica semeiotica . Il rischio è che l’ausilio diagnostico diventi un sostituto iconico del malato interponendosi tra la sua fisicità, corporeità e quella del medico. 

Dobbiamo riconoscere come sanitari che il paziente conosce bene il proprio corpo. Pur non avendo nozioni scientifiche lo abita da sempre, da sempre ne ha consuetudine, da sempre lo investe di simboli e significati . Pur non potendo generalizzare questo concetto, credo sia importante riconoscere al paziente questa competenza. Questo è un primo punto cruciale per riposizionare  la relazione e i rapporti di solidarietà. Se il paziente si sente svilito, svalutato nelle sue comunicazioni, facilmente ci porterà fuori strada e si posizionerà sulla ostilità o sulla rinuncia a stabilire una buona relazione. Vale a dire, è possibilissimo che certi sintomi che spesso fanno impazzire i medici sulle diagnosi perché aspecifici, perché incerti, perché mal riferiti, siano invece ben capiti dai pazienti perché ci convivono e li vivono tutti i giorni nel loro corpo. L’ascolto dei dettagli, soprattutto delle  specificazioni linguistiche, la conoscenza transculturale,  aiuta moltissimo ma richiede di ridare dignità alle comunicazioni del paziente, anche a quelle che apparirebbero strampalate e che spesso lo sono per cultura veicolata dal linguaggio. 

Cosa dire rispetto all’autorità. Se il paziente ci sente troppo autoritari difficilmente si confiderà e sarà sincero. Può accadere che sia il paziente stesso ad avere delle difficoltà personali e a proiettare sul medico, sull’esperto, immagini terrifiche relate a vicende pregresse, anche infantili. Spesso questi pazienti non sono grandi frequentatori degli ambulatori con il rischio di arrivare troppo tardi all’attenzione del medico. Ovvio che se le rare volte che vengono si istituisce un rapporto autoritario la collaborazione sarà difficilmente perseguibile. Può essere il caso di pazienti ad esempio che soffrono di dipendenze, o di depressione, e che non hanno il coraggio di dichiararlo al medico. E qui purtroppo abbiamo tutto il tema della privacy che non aiuta. Se il medico da un lato invoca sincerità e vorrebbe gli si dicesse tutto, è lapalissiano quanto sia imbarazzante rispetto a temi che riguardano la sessualità. 

Fin che si tratta di parlare delle vampate forse è facile, ma se dobbiamo parlare di calo del desiderio, di secchezza vaginale, di anorgasmia, di impotenza e frigidità la questione è più spinosa. La donna spesso non parla neppure dell’ingresso in menopausa. Nella disfunzionalità sessuale occorre tenere presente la complessa eziologia  e le interazioni specifiche tra fattori psicologici e somatici. Come può il medico accedere ai fattori psicologici nello spazio/tempo ristretto di una visita?

Conclusioni. Premessa e conclusione: L’obiettivo istituzionale della sanità è quello di promuovere la salute in tutti i cittadini. Tale obiettivo è meglio garantito se le diverse categorie di operatori agiscono in modo integrato nel rispetto del proprio specifico professionale. Sarebbe quindi auspicabile che su certe questioni che più di altre interrogano, intaccano la rappresentazione di sé del soggetto, i professionisti lavorassero in sinergia e in cooperazione. Canguilhem considera la medicina non una scienza in senso proprio quanto piuttosto una arte su un crocevia di diverse scienze. La medicina è una tecnica tesa a ristabilire la condizione di salute e la sua origine è nella sofferenza dell’individuo.Ora parlare di crocevia evoca secondo me ciò  che potrebbe essere più efficace,ovvero l’approccio integrato Il rapporto medico paziente è frutto dello spirito del tempo, della cultura nella quale siamo immersi, della filosofia che riguarda il rapporto uomo natura, divinità. Non si può più pensare oggi ad istituire una relazione tirannica come lo fu ai tempi di Platone per il medico degli schiavi, medico che visitava ma non comunicava con i pazienti. Né pensare di fermarsi ad una relazione asimmetrica dove il sapere medico è condiviso con il paziente, un paziente che deve solo dare  il consenso.

Nonostante ci troviamo nell’era del modello cyber olistico dominato dall’informatica e dalla cibernetica, il corpo continua ad esistere con tutti i suoi portati simbolici. Tuttavia e proprio per questo si sente il bisogno di una medicina olistica e interdisciplinare che tenga conto degli aspetti umani. (L’agire medico sarà più condizionato dalla cibernetica o dall’olismo?  Abbiamo tutti bisogno  a mio parere di  una relazione solidale e collaborativa con il paziente, dove non più  il medico da solo  ma un pool di professionisti come ad esempio psicologi, sessuologi,  stringono un patto non per raggiungere l’obiettivo di una piena salute, che sappiamo essere tanto più illusorio tanto più si allunga la vita, ma per restare tutti  umani accettando di oscillare tra le due  dimensioni della malattia e della salute, sapendo di essere in  tutti mortali; sapendo che la malattia non è per forza equata a  negatività ma che essa può avviare trasformazioni spirituali dense di significato. 

E da ultimo proprio nel counseling a me piace lasciar da parte l’illusoria proposta di un rapporto simmetrico perché tale non è e invece pensare ad un rapporto  solidale : io medico, psicologo, esperto, so qualcosa di te che tu non sai o che non sai di sapere, al limite accetteremo insieme di non sapere tutto, sono colui, colei che ti renderà  questo pezzo mancante per farti stare meglio o che ti accompagnerà a tollerare l’ignoto. Non sarà forse possibile una salute perfetta ma uno stato dell’essere dove il binomio malattia/salute è superato da un concetto di essere nel mondo con e attraverso stati densi di significati umani. Non è superfluo ricordare che nel medioevo in effetti  la malattia non era pensata come una condanna, come uno stato per forza di cose negativo ma come un possibile avvicinamento all’ascesi spirituale.

Flavia Facco

Vietato copiare e riprodurre il testo sopra scritto senza specifico permesso dell'autore.

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