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Lettera aperta al ministro della salute Roberto Speranza

In questi mesi, nell’infuriare dell’epidemia da Covid19, è emersa nel dibattito nazionale che ha riguardato il Sevizio Sanitario Nazionale (SSN) una parola, un concetto tanto inflazionato quanto, con il passare degli anni, sempre più taumaturgico, astratto e vuoto nello stesso tempo: Il Territorio.
Tutte le evidenze hanno dimostrato che i Servizi Sanitari Pubblici, accanto ad istituzioni ospedaliere, sede auspicabilmente di eccellenze strettamente medico-sanitarie (e quella italiana ha indicato al mondo la sua capacità, al di là di comprensibili difficoltà, di essere all’altezza del gravosissimo compito che inaspettatamente l’ha investita), devono poter contare anche su un secondo segmento di una moderna assistenza sociosanitaria pubblica.
E cioè, un’articolata, solida e qualificata medicina non legata all’acuzie, all’emergenza-urgenza, ai trattamenti intensivi, ma alla prevenzione, e alla cura della persona non gravemente ammalata, ma bisognosa di interventi complessi in cui siano presenti tutti gli aspetti di un rinnovato welfare.
Gli esempi a livello nazionale ed internazionale hanno infatti sancito che quello che sembrava un modello destinato ad estinguersi, un servizio pubblico finanziato dalla fiscalità generale, si è rivelato invece il modello organizzativo meno costoso, più efficiente, più equo, ed infine il più adatto a far fronte agli imprevedibili scenari del futuro, contrastando, per esempio oggi e domani, i danni provocati alla salute, anche quella sessuale e riproduttiva, dal cambiamento climatico non del tutto immaginabili nella loro gravità.
Un servizio sanitario in una parola sottratto alla logica del profitto e interamente dedicato alla cura e all’interesse della persona.
Più di 165 medici e circa 50 infermieri sono caduti in questi tre mesi e a loro, tutti noi cittadini e colleghi, che conosciamo meglio di altri quella fatica e quel sacrificio, dovremmo manifestare gratitudine e riconoscenza.
E lo facciamo, in questa occasione, orgogliosi di appartenere alla nostra categoria.
Diceva Tucidide raccontando la peste di Atene nel 430 aC “… né i medici erano di aiuto, a causa della loro ignoranza, poichè curavano la malattia per la prima volta, ma anzi loro stessi morivano più di tutti, in quanto più di tutti si avvicinavano ai malati…”e la storia si è ripetuta uguale dopo quasi 2500 anni.
Noi medici che ci occupiamo di Medicina Sessuale e Riproduttiva(SSR) e che operiamo nei Consultori Familiari (CF) Pubblici, negli Ambulatori di Ginecologia pubblici e privati, nelle realtà extraospedaliere e che abbiamo sempre creduto in questa impostazione riteniamo, anche alla luce delle cose che abbiamo ulteriormente imparato dalla recente drammatica esperienza, di poter avanzare qualche proposta ai decisori politici.
In Italia esiste già una rete diffusa di servizi pubblici addetti a salvaguardare la SSR, a tutelare relazioni familiari difficili, ad assistere i soggetti più esposti (Donne e Giovani).Una rete ancora diffusa e capillare.
Sono i Consultori Familiari a cui è stato dedicato un Convegno Nazionale nel Dicembre del 2019 a seguito di una ricerca condotta dall’ISS.
Secondo la ricerca anche questi servizi sono stati pesantemente coinvolti nel ridimensionamento delle strutture pubbliche, come tutto il sistema sanitario, mantenendo però nel complesso il loro spirito originario ma anch’essi, la ricerca lo ha confermato, necessitano ora di un rilancio e di una riconsiderazione anche alla luce di tutto ciò che è successo. E tutto ciò dovrebbe avvenire soprattutto a livello regionale dove più sono mancati la promozione e il sostegno a questo settore della medicina territoriale.
Oggi si dice da molte parti, se non ora quando? E si dice il vero.
Se solo per un attimo pensassimo all’eventualità che l’epidemia avesse avuto come principale target l’apparato genitale femminile e/o la gravidanza - ipotesi frutto della nostra fantasia, ma ipotesi non poi così peregrina- la presenza di presidi diffusi avrebbe potuto fare la differenza anche nel confronto con altri Paesi, sprovvisti di tali servizi.
Restando fortunatamente all’oggi abbiamo comunque verificato come la presenza dei CF abbia consentito e ancor più avrebbe consentito se la situazione in Italia fosse diversa ,il ricorso farmacologico all’IVG, senza appesantire Ospedali troppo impegnati sul fronte dell’epidemia. Abbiamo avuto modo di verificare il rallentamento o la sospensione delle attività di screening (utero, mammella e colon), ritardo che sarà quantificabile (e sarebbe bene farlo) tra qualche mese e qualche anno. L’attività di prevenzione, come sappiamo, non si valuta in tempi brevi.
Qualche cenno meriterebbe anche l’azione di meritevole collaborazione con le strutture ospedaliere in relazione all’assistenza alla gravidanza, al sostegno psicologico dei più giovani, al counselling offerto in materia di scelte procreative e di controllo della fertilità, in un tempo contrassegnato dall’incertezza e dal disorientamento.
Si tratta di imparare questa lezione e impostare da subito, con il supporto prezioso dell’ISS, un piano di rilancio di queste strutture Regione per Regione a partire dai dati recenti raccolti con sapienza dall’Istituto sia con iniziative centrali (Ministero della Salute e Istituto Superiore di Sanità) sia con quelle periferiche.
La nostra Associazione che rappresenta i Ginecologi che operano sul Territorio in seno alla Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) mette a disposizione della Comunità Nazionale in accordo con le altre componenti della Ginecologia Italiana la sua esperienza e le sue energie al fine di perseguire questo obiettivo.
Il Consiglio di Presidenza A.Gi.Te. (Associazione Ginecologi Territoriali)