comunicazioni AGITE

QUALE FUTURO ATTENDE I GINECOLOGI ?

“La porta è il futuro ma il passato ne è la chiave”, così scriveva Victor Hugo.
Ho ripensato a queste parole mentre riflettevo sulla nostra figura e sul nostro ruolo di ginecologi in questo momento storico. Sono consapevole di correre il rischio di essere bollato come un nostalgico del tempo che fu, condizione che sarebbe confacente ad un medico non più giovane, incline per natura a bilanci e riflessioni interiori. Ma, vi assicuro, così non è. Anzi, provo a riflettere mettendomi nei panni di un giovane collega che si appresta ad intraprendere un cammino professionale difficile, complesso, rischioso e di grandi sacrifici come quello dell’ostetrico- ginecologo. E mentre scrivo mi sovviene quel filmato-spot prodotto dal Collegio Italiano dei Chirurghi (CIC) qualche tempo fa, nel momento più acceso dell’attacco alla nostra categoria a colpi di contenzioso medico-legale. Un bel filmato, arricchito da immagini e musica toccanti, che ad un certo punto recitava:
“Ogni anno decine di migliaia di denunce, per lo più infondate, spingono bravi chirurghi a non operare e giovani medici a non scegliere le specializzazioni chirurgiche”.
E ancora:
“… il nostro lavoro richiede decisioni difficili, urgenti, decisioni che siamo preparati a prendere, decisioni spesso scomode, a volte con esiti non prevedibili. La nostra professione inizia presto e non finisce mai”

Saranno questi alcuni dei motivi che inducono molti giovani medici – soprattutto maschi – a non scegliere più o comunque meno frequentemente che in passato la nostra specialità?

Le politiche seguite in questi ultimi dieci anni hanno condiviso l’obiettivo di comprimere e indebolire il SSN attraverso il blocco degli stipendi (da ormai 8 anni), la riduzione drastica del personale sanitario (meno 50.000 lavoratori dal 2009 al 2016), il taglio dei posti-letto (meno 80.000 negli ultimi dieci anni), il risparmio spesso a scapito della qualità che ha sottratto risorse al ricambio di strumenti e apparecchiature (in costante divenire per una scienza dinamica come la Medicina e Chirurgia) , il blocco del turn-over, la mancata sostituzione dei pensionamenti e delle gravidanze, l’incentivazione del precariato professionale del personale medico e infermieristico.

Tutto ciò applicato ad un settore fondamentale come quello della salute e, in particolare, ad una branca della Medicina come la Ginecologia ha significato e sta significando condizioni di lavoro spesso agli estremi delle possibilità professionali e umane, mettendo a rischio quella concentrazione e attenzione essenziali per svolgere compiti delicati e complessi, spesso in condizioni di urgenza e di emergenza, come quelli che vengono richiesti in una sala operatoria o in una sala parto.

Non sta meglio la Ginecologia territoriale. Molti presidi territoriali sono stati chiusi - soprattutto Consultori -, molti specialisti sono andati in pensione senza essere stati sostituiti (e comunque l’età media di quelli ancora presenti resta molto alta), molte ore di specialistica ginecologica sono andate perdute nel silenzio dei sindacati di categoria.

Fino ad oggi il sistema ha retto solo in virtù dell’abnegazione e dello spirito di sacrificio degli operatori (e noi ginecologi tra i primi) che lavorano spesso ben oltre l’orario di lavoro, sapendo benissimo che quelle ore in più non verranno mai recuperate né retribuite, sempre più a rischio della sindrome da burn out e a prezzo di una vita privata e sociale sempre più residuale.

Sto esagerando? Qualunque collega che operi all’interno del SSN – tranne alcune lodevoli eccezioni – sa bene che tutto questo risponde al vero e pesa ancor di più se scaricato sulle spalle di uomini e donne che hanno scelto, sulla base spesso di un vero e proprio afflato ideale, di dedicare la propria vita ed il proprio sapere ad un campo della scienza come quello che si occupa e si preoccupa della donna, del bambino (ancora prima di nascere) e della coppia, in altri termini della famiglia, della sua serenità e del suo futuro.

A fronte di tutto ciò, a fronte di stipendi modesti e di inesistenti soddisfazioni né riconoscimenti da parte delle varie Amministrazioni, ci si trova ancora nella condizione di dover combattere di fronte ad un contenzioso medico-legale che non accenna a diminuire (e che per il momento la legge Gelli non è riuscita a contenere) e ad una direzione politica e amministrativa che appena possono scaricano sulle spalle degli operatori le storture, le lacune e le magagne di cui esse sono responsabili.

E poi, come se questo non fosse sufficiente, ci si mettono magari associazioni di cosiddetti “cittadini e cittadine informati” che, in collaborazione con l’Osservatorio sulla violenza ostetrica in Italia, denunciano a mezzo stampa che il 21% delle madri italiane con figli di 0-14 anni ha subito maltrattamenti quando non vere e proprie violenze fisiche e verbali durante il travaglio ed il parto.

E’ naturale che in qualsiasi categoria e comunità sociale e lavorativa ci siano le proverbiali mele marce e “i cretini di ogni età” (per citare il grande Dalla) e non si può escludere che qualche collega si sia comportato male e in modo deontologicamente scorretto, abbia comunicato in modo superficiale e non abbia tenuto in debito conto l’emotività e l’habitus psichico della paziente in quei momenti così delicati e importanti. Ma mettere alla gogna un’intera categoria di professionisti sulla base di presunte, infondate e anonime accuse questo no, non si può accettare! E ancora più inaccettabile è l’affermazione che questi nostri colpevoli comportamenti sarebbero la causa del decremento di natalità in Italia a causa della decisione da parte delle primipare oggetto di violenza di non volere più figli. Questa è dunque la causa della denatalità nel nostro Paese! E noi che stupidamente pensavamo che le cause fossero da ricercare nella crisi sociale, nella mancanza di lavoro, nell’assenza di un futuro minimamente certo sulla base del quale costruire il proprio progetto di vita!!

Che fare dunque? Possono essere il disimpegno o la prospettiva del sempre più anelato pensionamento o la desertificazione delle Scuole di specialità le soluzioni a questi problemi? Siamo/saremo costretti a porre una pietra tombale sui nostri entusiasmi e passioni professionali e anche, diciamolo, sulle nostre idealità al punto da dissuadere i giovani laureati dallo scegliere la nostra specialità? Possono le nostre rappresentanze sindacali (sempre più inascoltate) e le nostre Società scientifiche unirsi a testuggine per provare a difendere i nostri spazi professionali e la nostra sacrosanta dignità? 

Sandro M. VIGLINO
Presidente AGITE

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